Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.

Il DDL 2679 legge di stabilità 2015, approvato dal Consiglio dei Ministri il 15 ottobre, all'art. 26 prevede la riduzione del fondo per il finanziamento dei patronati per un importo pari a 150 milioni di euro nel 2015, la riduzione delle anticipazioni dall'80% attuale al 45% e la successiva stabilizzazione della riduzione, con l'abbassamento dell'aliquota dei versamenti al fondo effettuati dagli enti previdenziali che scenderebbe dall'attuale 0,226 % allo 0,140 %.

La riduzione corrisponderebbe a circa il 35% del valore del fondo (150 mln su circa 420 mln di consistenza attuale). Le conseguenze del suddetto provvedimento sarebbero devastanti, mettendo di fatto i patronati nell'impossibilità di continuare a svolgere la propria attività per ragioni oggettive che di seguito si illustrano.

I patronati sono soggetti monoreddito, la cui unica entrata deriva dal finanziamento del fondo patronati. Gli stessi hanno un vincolo di esclusività imposto dalla normativa, a svolgere le attività di cui alle specifiche tabelle, in regime di gratuità per i cittadini e sono obbligati a farlo, rispettando specifiche caratteristiche delle sedi, vincoli di orario di apertura al pubblico e un numero predeterminato di operatori dedicati.  Pertanto, a fronte della riduzione del finanziamento, non hanno alcuna possibilità di diversificare l'attività per realizzare altre entrate né soprattutto per gli uffici zonali periferici di ridurre il personale, se non chiudendo gli uffici stessi. La maggior parte del finanziamento è indirizzato al pagamento degli stipendi, oneri sociali, rimborsi spese e formazione del personale e la restante parte alle attrezzature mobiliari ed informatiche necessarie all'attività. Contrariamente a quanto troppo spesso affermato, sono le organizzazioni promotrici ad integrare le risorse, con propri contributi o con la concessione in uso gratuito dei locali dove sono collocate le sedi e non il contrario.

Circostanziare tali nostre affermazioni è quanto mai semplice. Nei patronati lavorano infatti circa 12.000 addetti e considerando che una parte potrebbero essere part-time e quindi contraendo a 10.000 il numero di full-time equivalente, un costo medio di 35.000 euro ad addetto al lordo dei contributi previdenziali a carico dell'azienda e del Tfr (circa 1.150 euro netti mensili), si ricava un importo complessivo di 350 mln annui.

Considerata l'attuale consistenza del fondo per circa 420 mln, dopo la riduzione di 150 mln, resterebbero 270 mln cui sottratti circa 70 mln attualmente dedicati ai costi per le attrezzature e la formazione, si determina un importo di 200 mln per pagare il personale. Tale importo garantirebbe circa 5700 operatori a tempo pieno.

Ci appare evidente che la manovra sul fondo patronati mette a rischio fra i 4.000 e i 5.000 posti di lavoro, nonché una drastica riduzione della capillarità sul territorio, con la chiusura degli uffici più piccoli (zone rurali dove neanche gli enti previdenziali sono presenti).

La prevista riduzione dell'anticipazione annuale dall'80 al 45% aggrava ulteriormente la situazione, poiché i patronati per far fronte hanno due sole possibilità:

  1. Aumentare l'esposizione bancaria cui già oggi ricorrono, aumentando sensibilmente i costi per interessi passivi e di conseguenza riducendo ulteriormente le risorse disponibili per la gestione;
  2. Non pagare gli stipendi al personale, fino a quando non vengono versate le ulteriori risorse dal fondo, creando un disagio insostenibile alle famiglie dei loro dipendenti.

 

Va aggiunto che oggi i patronati non si limitano ad assistere i cittadini facendo loro consulenza e compilando le loro domande per richiedere le prestazioni, ma operano on-line inviando direttamente i flussi telematici agli enti previdenziali, che grazie a tali modalità hanno eliminato la carta e ridotto il servizio al pubblico (praticamente ormai quasi inesistente). È evidente che a fronte dei patronati costretti a ridurre l'attività nei limiti delle risorse disponibili, gli enti previdenziali dovranno rivedere i loro costi, poiché o tornano a ricevere direttamente i cittadini o pagano ai patronati l'invio telematico, perché senza risorse, il servizio non si può più garantire. Il solo Inps, come affermato nella relazione del Presidente CIV allegata al Bilancio sociale 2013, che grazie alle attività dei patronati ha conseguito risparmi annui per oltre 560 milioni di euro.

Una considerazione specifica riguarda il rilievo costituzionale della scelta. I patronati sono soggetti privati con funzioni di pubblica utilità come previsto dalla legge 152/2001 che ha tenuto conto della sentenza n. 42 del 3 febbraio 2000 della Corte Costituzionale. La Corte in tale circostanza, dichiarando l'inammissibilità del referendum per la soppressione del finanziamento ai patronati, richiamava il profilo costituzionale degli stessi, in rispondenza dell'art. 38 della costituzione, a garanzia dei diritti dei cittadini. La scelta di depotenziare (fino all'impossibilità di sostenersi economicamente) i patronati, viene meno a tale richiamo. Peraltro in merito al lavoro che i patronati svolgono, la ricerca effettuata nel 2011 dall'Ispo in occasione del decennale della L. 152/2001, conferma la piena soddisfazione degli utenti e quindi la qualità dell'opera dei patronati. 

Infine, vorremmo richiamare l'attenzione sulle modalità di costituzione del Fondo per il finanziamento dei patronati. Non si tratta di risorse destinate a tale scopo dal bilancio dello stato, bensì di un autofinanziamento dei lavoratori che destinano lo 0,226% dei loro oneri sociali versati agli enti previdenziali ed assicurativi (ormai Inps e Inail) al finanziamento di una servizio a loro dedicato. Considerato che i patronati assistono tutti i cittadini e pertanto considerati i 60 mln di residenti in Italia il servizio costa ad ogni cittadino 7 euro annui, considerato che, visto il servizio per gli italiani all'estero, attraverso le sedi aperte dai patronati in giro per il mondo, praticamente si dimezza tale costo, il rapporto costi/benefici è elevatissimo. Proviamo ad immaginare quanto potrebbe costare ad un cittadino in assenza dei patronati, farsi assistere da professionisti privati per le pratiche da presentare alla pubblica amministrazione, per capire il danno che si sta per causare ai cittadini. È infatti impensabile nel complicato quadro burocratico in cui ci districhiamo, pensare che il cittadino possa fare da solo attraverso un semplice Pin di accesso telematico alle banche dati della pubblica amministrazione (forse fra 20/30 anni ma non oggi).

Peraltro secondo quanto previsto nella bozza di legge di stabilità nel 2015, le risorse non destinate al fondo restano nella disponibilità del bilancio dello stato e ciò dal punto di vista del profilo costituzionale è molto discutibile, mentre successivamente restano nelle casse degli enti previdenziali senza nessun beneficio per il bilancio stesso. Non si comprende pertanto il senso e l'opportunità di tale scelta che ha come uniche conseguenze, quella di privare i cittadini di un essenziale punto di riferimento (da loro autofinanziato) e quella di mettere a rischio il posto di lavoro di 4/5000 lavoratori. 

 

            Roma 28 ottobre 2014

                                                                                              Direzione centrale Inac